Casa della Piemontese All articles
Esperienze e Territorio

Occhi nel buio: la notte in cui le Langhe non sono più quelle dei vigneti

Casa della Piemontese
Occhi nel buio: la notte in cui le Langhe non sono più quelle dei vigneti

Photo: wolf forest night silhouette piedmont hills italy, via img.freepik.com

Alle 17.42 la luce comincia a mancare. Dalla strada del Barolo, quella percorsa ogni estate da bus carichi di degustatori, si gira su una sterrata stretta e in dieci minuti le viti finiscono. Iniziano i rovi, le querce, il silenzio. Siamo alle porte del bosco langarolo, quello vero, e da qui in poi le Langhe non sono più la cartolina che tutti conoscono.

Ad aspettarci c'è Marco, guardia giurata volontaria del progetto di monitoraggio del ritorno del lupo in collina. Zaino in spalla, torcia frontale già acceso e un atteggiamento che mette subito a suo agio: «Niente della jena, eh. Il lupo ci ha più paura lui di noi. Veniamo a fare le sbobature, cioè a vedere se quello che è passato di qui ha lasciato tracce. Niente di più, niente di meno».

Le impronte si leggono come un giornale

La prima mezz'ora è una lezione di umiltà. Noi vediamo foglie e terra. Marco vede un mondo. Si china su un sentiero fangoso e indica due impronte lunghe poco più di dieci centimetri: «Cinghiale adulto, passato stanotte verso le tre. Vedi che i bordi sono netti? Se fosse stato un cane, si sarebbero sporcato di fango». Poco dopo, su un tronco grattato a un'altezza sospetta, si ferma di nuovo: «Qui un cervo ha fatto lo sfregamento. I maschi si puliscono le corna a fine estate. Il bosco è un giornale, noi passiamo a leggerlo».

E il lupo? Marco sorride. Il branco delle colline tra le Langhe e il Monferrato è realtà da qualche anno, confermato da fototrappole, escrementi analizzati in laboratorio e qualche capo di bestiame perso dagli allevatori. Ma vederlo, proprio, è un evento raro: «In sei anni l'ho visto tre volte. Sempre per pochi secondi. E ogni volta mi sono venuti i brividi, però buoni».

Le fototrappole: la posta del mattino

La parte più divertente della serata è il giro delle fototrappole. Sono una decina, ancorate a tronchi in punti strategici: sentieri, valichi, punti d'acqua. Marco apre il guscio e ci mostra le schermate. Fagiano. Volpe. Un cinghiale con cinque piccoli in fila indiana. E poi, in una immagine sfocata ma inequivocabile, una sagoma snella, coda bassa, passo tranquillo: «Ecco, questo è il signore. Quindici giorni fa, alle 4.17 del mattino».

Siamo rimasti in silenzio per qualche secondo, tutti e tre, davanti a quello schermo grande quanto un pacco di sigarette. C'è qualcosa di profondamente emozionante nel sapere che, mentre noi dormivamo in agriturismo a dieci chilometri di lì, un lupo attraversava un sentiero nella notte.

I contadini, i cani e il dialogo difficile

Non tutto è poesia, ovviamente. Marco è anche il tramite tra i boschi e le cascine: gli allevatori di pecore e capre delle zone più alte hanno visto morire i loro animali, e la rabbia a volte c'è tutta. «Il nostro lavoro è anche questo: ascoltare, portare i dati, far installare recinzioni e cani da guardiania. Il lupo non va amato a tutti i costi, va gestito. Con la testa».

È un discorso che viaggia a miglia all'ora lontano dai social, dove il lupo è o un demonio o una sacra cavalleria. In collina, invece, si parla di numeri, di recinti elettrificati e di rispetto reciproco. E alla fine, quasi sempre, di un caffè offerto in cucina, perché siamo pur sempre in Piemonte.

Quando il bosco si accende

Con il buio completo la foresta cambia voce. Gracchi, scriccioli, qualcosa che si muove nel sottobosco e si ferma appena ci fermiamo noi. Marco spegne la torcia per qualche minuto: «Provate. Ci vuole poco a riabituarci al buio». E infatti. Quando gli occhi si adeguano, il bosco smette di essere nero e diventa grigio, azzurro, pieno di forme. La luna filtra tra le chiome. Nessuno parla. Nella valle, molto in fondo, si vede il lampo giallo di una cantina ancora aperta per una degustazione.

Due mondi a dieci minuti di distanza. Uno illumina i calici, l'altro non ha bisogno di luce per vivere.

Notti selvatiche: dormire al confine

È proprio da questo doppio volto che nasce la nostra proposta di soggiorno «Notti selvatiche»: due notti in agriturismo alle porte del bosco, in quelle cascine dove la finestra della camera guarda proprio verso la linea nera degli alberi. Colazione con robiola e miele di castagno, cene a base di selvaggina e verdure dell'orto, e una serata in compagnia delle guardie volontarie per il giro delle fototrappole e l'ascolto del bosco al buio.

Non è un'esperienza da catalogo. Non si garantisce il lupo — anche Marco, dopo sei anni, lo ha visto tre volte — ma si garantisce qualcos'altro: la sensazione, da portarsi a casa, che le Langhe non finiscono dove finiscono i filari. Che oltre il Nebbiolo c'è un altro padrone di casa, a quattro zampe, che da qualche anno è tornato a vivere qui.

E che noi ospiti abbiamo il privilegio di condividere, per una notte, il suo territorio.

All Articles

Related Articles

A mani nude nel favo: una giornata con l'apicoltore delle Langhe

A mani nude nel favo: una giornata con l'apicoltore delle Langhe

Nebbiolo, doghe e briciole: la notte vera nelle cascine delle Langhe

Nebbiolo, doghe e briciole: la notte vera nelle cascine delle Langhe

Marzo alle Langhe: la stagione che i locali tengono per sé

Marzo alle Langhe: la stagione che i locali tengono per sé